Domanda: Secondo te, il lavoro psicoterapeutico influenza inevitabilmente il modo di vivere la genitorialità? In che modo?
Risposta: Quando ho ricevuto la proposta di Francesco, in merito alla possibilità di riflettere insieme su un tema così delicato e profondo, mi trovavo in studio. Seduta alla mia scrivania, in attesa della prima seduta, in anticipo come sempre, finalmente pronta a rispondere ai messaggi a cui il giorno prima non ero riuscita a fare spazio.
Perché sì, uno dei cambiamenti più importanti che la maternità consapevole genera, in modo quasi ovvio, ha a che fare proprio con la disponibilità. Essere genitori “base sicura” — concetto che proverò ad accennare più avanti — richiede, soprattutto nei primi anni di vita di un bambino, che il tempo e la sua distribuzione tengano conto di questa variabile così importante: il tempo della cura, il tempo della presenza, il tempo della disponibilità nel rispondere ai bisogni che inevitabilmente un bambino porta con sé venendo al mondo.
Tornando a Francesco, ho ascoltato la sua nota vocale e ho provato un’emozione incredibile: un attestato di stima totalmente ricambiato per un professionista dalla sensibilità rara e preziosa, un’anima empatica, capace, come poche, di prendersi cura con gentilezza e con occhi che fanno spazio. Al contempo, la sua richiesta rappresentava per me anche uno stimolo a fermarmi e a chiedermi in che rapporto stiano, oggi, le due parti più presenti della mia vita: quella materna e quella professionale.
Sono le 21:40, ho appena terminato la routine della sera e messo a letto le mie due stelline, come ogni notte. Rileggendo la prima domanda, non riesco a non pensare a quanto parlino, parlino, parlino queste due parti dentro di me. È un dialogo costante, quotidiano, non sempre semplice, ma profondo. Un dialogo che amo e che, a volte, trovo anche molto faticoso.
Quando ho iniziato a esercitare la professione di psicologa, ho pensato che questo lavoro non lo avrei fatto soltanto con passione. Come accade quando si porta una fede al dito e si crede in quell’amore con ogni parte del proprio corpo, ho sentito che su quella poltrona, insieme a me, si sarebbero sedute anche autenticità, integrità e coerenza. Mi piace pensare che non “faccio la psicologa” solo dentro lo studio e che, una volta varcata quella soglia, quella parte di me smetta di esistere. È una parte fatta di conoscenze, competenze, studi, consapevolezze, maturità emotiva, sensibilità ed empatia. Una parte troppo importante per essere spenta o dimenticata, anche solo temporaneamente.
È una parte capace di dare e di darmi tanto: cura, aiuto, attenzione, supporto, connessione. Tutto questo rappresenta anche l’arma a doppio taglio che noi psicologi viviamo nella vita personale. Saperne riconoscere i confini è il salvavita necessario per lasciare spazio e voce anche alle altre parti di noi. Ma, come accennavo, il dialogo con una parte così saggia e allenata emotivamente — una parte compassionevole incarnata — è stato ed è tuttora di fondamentale importanza per il mio essere madre.
Di età evolutiva, infanzia, errori genitoriali e traumi dell’attaccamento si parla continuamente nei nostri libri e nei nostri studi. E ignorarne l’esistenza nel momento in cui si mette al mondo un essere umano così piccolo, impotente e dipendente, sarebbe quasi una forma di dissociazione. Come dice Janina Fisher, mia mentore del cuore, la mente di ciascuno di noi non è unitaria: possiamo immaginarla composta da tante parti del sé, di età diverse, ciascuna con emozioni, ricordi, impulsi e pensieri specifici.
Tornando quindi alla domanda iniziale, la risposta è assolutamente sì: il lavoro psicoterapeutico influenza inevitabilmente il mio modo di vivere la genitorialità. Credo che questo possa avvenire con un impatto tanto più positivo quanto più noi terapeuti abbiamo avuto la possibilità di lavorare profondamente su noi stessi. Quando si svolge un lavoro di cura, ritengo fondamentale concedersi uno spazio di psicoterapia personale, all’interno del quale le nostre parti ferite possano sentirsi accolte, ascoltate e comprese.
C’è una grande differenza tra l’essere genitori “con il pilota automatico” ed essere genitori consapevoli. Una consapevolezza che nasce da un lungo lavoro psicoterapeutico su sè stessi dà come esito un’integrazione sufficientemente buona tra le nostre parti. Con questo non voglio dare un’idea utopica o perfetta della maternità. La vera intimità è data dalla connessione. Come Bowlby ci insegna, una vera intimità si costruisce con continue “rotture e riparazioni” all’interno di una cornice emotivamente sicura. La capacità di sentire quando siamo disconnessi, il bisogno corporeo di riparare, di chiedere scusa, di riconnettersi, stanno alla base della costruzione interna della fiducia nostra e dei nostri bambini.
È una domanda che mi pongo ogni giorno e davanti alla quale rimango curiosa. Accolgo risposte diverse dalle varie parti di me. Prima ancora di partorire, conoscevo già le capacità dell’embrione di assorbire attraverso me tutto ciò che accadeva nel mondo esterno. In quella stanza non eravamo più in due, io e il paziente, ma esisteva già questa terza entità che co-partecipava alle sedute.
Quando sono diventata madre per la prima volta ho regalato alla mia parte terapeuta l’esperienza di un amore infinito. Cresceva la bimba dentro di me e crescevano allo stesso tempo: la madre dentro di me, la responsabilità, i dubbi relativi a che madre sarei voluta essere. Crescevano le paure della mia parte terapeuta, il timore dello spazio e della disponibilità che avrei dovuto ridimensionare.
Ho iniziato a pensare al mio lavoro come la mia prima gravidanza in assoluto. Iniziare a pensare che avrei dovuto rivolgermi alle parti emotive dei miei pazienti con la stessa delicatezza con la quale avrei agito con un primo figlio all’arrivo del secondo, ha iniziato a calmare il mio corpo. È così che ho fatto spazio alla mia prima gravidanza, "tenendo a mente tutti fuori e tutte le parti di me dentro".
La seconda maternità ha fatto ripartire questo processo da capo, temporaneamente. L’amore triplicato e di nuovo l’emergere di dubbi ed emozioni sul corpo che chiedevano chiarezza rispetto all’essere un genitore base sicura, che interrompe un copione intergenerazionale di trauma. Predicare l’attaccamento sicuro dentro al mio studio mi ha messa davanti ad interrogativi importanti: che tipo di madre sono? Che rapporto ho con la mia famiglia d'origine?
Penso che l’esperienza della maternità abbia modificato molto il mio modo di stare in terapia. Prima di diventare madre, per empatizzare mi servivo delle mie esperienze personali di cura rivolte ad altri. Ma allenare quotidianamente questa parte mi ha fatto scoprire anche i lati più faticosi dell’accudimento legato al carico e alla responsabilità continua.
Prendersi cura giorno e notte di due esserini ha scavato dentro di me una maturità emotiva fatta di esperienze concrete, sfide e soluzioni che mai avevo vissuto così pienamente. Tutto questo è entrato dentro la mia stanza di terapia. Continua ad entrare in termini di bagaglio che aggiunge competenze pratiche, emotive e cognitive.
Domanda: Come riesci a separare — quando possibile — il lavoro clinico dalla vita privata? Hai rituali, abitudini o strategie che ti aiutano?
Risposta: Dico da sola di me di avere e continuare a volere dei confini sacri nella vita sia professionale che personale, di onorare il tema dei confini e di immaginarlo come una sorta di salvagente salvavita indispensabile. Credo molto all’importanza di coltivare la parte responsabile dentro di noi terapeuti.
Valgono per me professionista le stesse regole che condivido con i pazienti. Educo me e le mie parti agli stessi valori, allo stesso rispetto del tempo. I rituali che metto in atto hanno a che fare con orari stabili, regole chiare e stabili. La maternità consapevole aggiunge tanto e altrettanto toglie; riduce nei primi anni di vita la disponibilità del terapeuta adesso costretto a rivedere i tempi del lavoro. Ho privilegiato lavorativamente le ore mattutine con un orario continuato, per permettermi di essere a casa con le bimbe nella seconda metà della giornata.
C’è stato poi un lavoro sui confini personali dati da spazi di ricarica, fondamentali per evitare il burnout lavorativo aggravato dal carico familiare. Spazi obbligati realizzati attraverso attività fisica, letture, relazioni sane, viaggi, e la psicoterapia personale.
Domanda: Molti professionisti raccontano di sentirsi divisi tra presenza familiare e responsabilità lavorative. Ti è mai capitato di provare senso di colpa rispetto a uno dei due ruoli?
Risposta: La "parte senso di colpa" è stata e forse continua ad essere una delle esperienze più complicate da gestire. Prima della maternità il tempo a disposizione della mia parte professionale era tanto. Non esistevano limiti oggettivi alla voglia di lavorare e ai progetti. Avevo acquisito così tanta esperienza formativa e personale che, dopo la maternità, sentivo il diritto a rallentare anche solo un po', per potermi dedicare ad aspetti più emotivi.
Mi sono seduta accanto a queste parti tante volte con lo scopo di aiutare entrambe a ragionare. Erano colpe in parte irrazionali. È un lavoro costante che passa attraverso una regolazione costante del senso di colpa e di altre emozioni complesse.
Domanda: Se dovessi dire qual è la lezione più importante che hai imparato nel conciliare professione e genitorialità, quale sarebbe?
Risposta: La riassumerei nel preferire il sentire e la presenza autentica all’illusione della perfezione. Sia in un ambito che nell’altro. Ho imparato ad andare in studio in alcuni giorni con delle occhiaie difficili da mascherare. Ho imparato a tornare a casa, in alcuni pomeriggi, con le batterie scariche e poca disponibilità emotiva da dedicare alle mie bambine. L’ho accettato con tanto amore. Con la fiducia che il giorno dopo sarei tornata a riparare in ogni aspetto di rottura.
Domanda: Che consiglio daresti a un collega più giovane che desidera costruire una famiglia ma teme che questo possa entrare in conflitto con la professione?
Risposta: Credo che la costruzione della professione sia anch’essa un vero e proprio parto che merita attenzioni e cura. Il consiglio personale che darei è di chiedere aiuto facendo loro stessi un percorso di psicoterapia personale. Credo fermamente che prima di diventare genitori o psicoterapeuti sia essenziale capire a che punto “emotivo” siamo dentro di noi, dentro la nostra famiglia, dentro le nostre reti.
Parlare di psicoterapia e genitorialità significa parlare di identità, confini, presenza e vulnerabilità.
Ma soprattutto significa ricordare qualcosa che spesso dimentichiamo: chi si prende cura degli altri resta, prima di tutto, una persona. Ed è qui che diventano fondamentali la formazione continua, la terapia personale, e la supervisione clinica.
Prendersi cura di sé non è egoismo professionale. È responsabilità clinica.
E forse è proprio questo il punto più importante:
non diventare terapeuti impeccabili, ma restare esseri umani sufficientemente integri da poter accompagnare qualcun altro nel proprio percorso.